La storia della Gladio trapanese

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Gladio trapanese: tra mafia e servizi segreti di Rino Giacalone – 5 novembre 2009 Fascicoli che potrebbero tornare a riaprirsi. Sono quelli che riguardano l’indagine sul centro Scorpione della Gladio trapanese. L’archiviazione per adesso rimane, da quando fu decisa dall’allora gip del Tribunale di Trapani, Alberto Gamberini, nel giugno del 2000, su richiesta del procuratore dell’epoca Gianfranco Garofalo e del sostituto procuratore Andrea Tarondo. Ai magistrati venne a mancare una «pedina» importante, il capo del «Centro Scorpione», il maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi, ucciso, nel 1993, in circostanze misteriose in Somalia dove era andato in missione. Si disse durante un improvviso conflitto a fuoco, ma tanti dubbi sono rimasti. Li Causi, originario di Partanna, era in procinto di tornare in Italia, per essere sentito proprio dai magistrati di Trapani che indagavano su Gladio. Il suo nome è circolato anche a proposito del delitto, sempre commesso in Somalia, un anno dopo, di Ilaria Alpi, Li Causi infatti sarebbe stato la sua «fonte» sui traffici di armi e di scorie coperti da settori governativi. Di Gladio trapanese si è tornati a parlare da quando è saltato fuori che l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, avrebbe potuto fare parte della struttura segreta. Lo ha svelato il figlio dell’ex sindaco, Massimo, in questi giorni di rivelazioni e rivelazioni di continuo sulla trattativa tra Stato e Mafia. «Scacchiere» nel quale si muovevano anche i mafiosi trapanesi. Alcuni di questi avrebberio avuto contatti con agenti dei servizi. Legami maturati nel tempo, dietro i quali ci potrebbero essere traffici di armi come un ex gladiatore afferma in una intervista Rai del 2006.Il video gira su Youtube. È estrapolato da una puntata di una trasmissione di Rai Tre che si occupò del delitto della giornalista Rai Ilaria Alpi. Incappucciato e presentato da chi lo intervista come ex appartenente a Gladio, c’è un uomo che racconta, parla di traffici di armi, e di scorie pericolose. Parla di Gladio, dice «una struttura impiegata per i traffici di armi». La ricostruzione non è nuova. «Gladio» usata per far passare da una punta all’altra dell’Italia, carichi di armi o di rifiuti tossici, destinati poi a paesi esteri. Un traffico che secondo un ex faccendiere, Francesco Elmo, si sarebbe intensificato dagli anni ’80 in poi. Quell’«intensificato» fa presupporre che esistevano anche anni prima. In Sicilia poi ci sarebbe stato un particolare in più i «contatti» con la organizzazione mafiosa. «Gladio spiava Cosa nostra» ha fatto mettere a verbale Paolo Fornaro, uno degli ufficiali che si occupava di «Gladio» trapanese, Elmo invece parlò semmai di un vicendevole scambio di favori tra la struttura segreta ed i mafiosi. La presenza tra i «gladiatori» di Ciancimimo in questo senso potrebbe starci per davvero. Lo scenario è quello che sembra possa coincidere con quello del delitto Rostagno (26 settembre 1988) dove non è una sensazione la possibilità di «contatti» tra mafiosi e «soggetti esterni» interessati a quell’omicidio. L’ex generale ed ex presidente della Commissione Difesa, Falco Accame, ieri è intervenuto ufficialmente sostenendo che c’è ragione fondata perchè la questione Gladio venga riaperta. «La notizia della iscrizione di Ciancimino alla Gladio e in particolare alla Gladio in Sicilia – dice – è una notizia di non poco interesse. Non dimentichiamo che il magistrato Giovanni Falcone che seguiva il processo La Torre e le attività dei Servizi Segreti fu bloccato nella sua richiesta di contatti con i magistrati romani che indagavano su Gladio dal procuratore di Palermo Pietro Giammanco. Falcone riteneva che su questo punto si dovesse indagare, Gladio col delitto La Torre poteva entrarci qualcosa, ma si trovò di fronte a un muro posto dal procuratore Capo». «Gladio – prosegue Accame – destò anche molto interesse al magistrato Carlo Palermo che nel suo libro “Il quarto livello” scrive che “a Trapani era presente una base militare Nato. Nell’anno successivo alla scoperta delle logge segrete (Iside 2 ndr) venne creata la cellula “Stay Behind Scorpione”. Per 30 giorni – scrive Palermo – alloggiai presso quella base Nato. Ma fu altrettanto un caso che da quella base venni allontanato dopo 30 giorni? Per subire 10 giorni dopo non avendo più le protezioni che quel percorso offriva, l’attentato a Pizzolungo?». I compiti di Gladio in Sicilia restano da chiarire. Il capo del Centro Scorpione Vincenzo Li Causi tra l’altro faceva parte degli OSSI, gli Operatori Speciali del servizio informazioni che operarono tra l’altro in Nord Africa, in Somalia, in Albania. Tra i compiti di Gladio in Sicilia probabilmente vi era quello di collegamento con la Gladio all’estero. L’odierno presidente della commissione nazionale antimafia ed ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu, in una intervista a «Il Corriere della Sera» del 2 Aprile 97 ricorda che la Gladio all’estero operava nei Balcani, nel Nord Africa e nel Corno d’Africa. C’è poi quel filo che porta come si diceva all’omicidio Rostagno e a quel via vai di aerei, che quando atterravano erano circondati da uomini in mimetica, sull’aeroporto ufficialmente chiuso di Kinisia. Immagini filmate da Rostagno ma sparite il 26 settembre 1988, nella notte del delitto.    (antimafia 2000)

 

 

 

 

 

 

In Somalia lo tsunami 2004-2005 ha rivelato nuove discariche illegali di rifiuti tossici provenienti dall’Europa. Chi lo rammenta? Una storia sepolta in tutta fretta, ma con conseguenze incalcolabili ai giorni nostri. Non solo 300 vittime e 18 mila persone senza casa a fine dicembre dell’anno 2004, lungo 650 chilometri di costa settentrionale tra Hafun e Garacad. Ora si cominciano a tirare le somme su un’ecatombe silenziosa e invisibile. Il cataclisma naturale piombato sulle coste somale ha provocato un altro terribile effetto: ha scoperchiato siti di rifiuti tossici e radioattivi, ha sventrato container, ha squarciato fusti, contaminando fondali marini, falde acquifere, suoli agricoli e zone pastorali. La denuncia autorevole, ma inascoltata è dell’Onu. Infatti, il 22 febbraio 2005, l’Unep (United Nations Environment Programme), che si occupa di protezione ambientale, ha presentato un rapporto sugli effetti collaterali dello tsunami. Nelle aree interessate dallo spiaggiamento di bidoni di rifiuti tossici sono insorte «affezioni respiratorie acute, reazioni cutanee alla bocca e alla pelle, emorragie addominali e casi di morte rapida in seguito all’inalazione di gas tossici». Le zone più colpite sono l’area a nord di Obbia e il territorio di Warsheik. Il rapporto aggiunge che «la costa della Somalia è stata usata per anni come una grande discarica da altri Paesi che dovevano sbarazzarsi di scorie tossiche, radioattive o nucleari», approfittando della guerra civile che dal 1991 ha messo in ginocchio il Paese africano. L’Agenzia delle Nazioni Unite elenca alcuni tipi di rifiuti: industriali e ospedalieri, contenenti uranio radioattivo, cadmio, mercurio, residui dei trattamenti di pelli e altre scorie chimiche. Lo studio contiene anche una mappa che indica 15 siti nei quali sono stati interrati rifiuti pericolosi. Basta una parola per far tremare i boiardi di turno: progetto ‘Urano’: ovvero, spazzatura nucleare dell’Occidente seppellita in Africa, nel Mediterraneo (Jonio, Tirreno, Adriatico) e negli Oceani Atlantico e Indiano. . . PIRATI OCCIDENTALI Scorie di uranio, cadmio, mercurio, rifiuti di industrie farmaceutiche e chimiche, nonché spazzatura radioattiva di strutture sanitarie. Con la sua forza d’urto lo tsunami che ha colpito il Sud-est asiatico ha disseppellito e riportato alla luce sulle coste della Somalia i rifiuti tossici accumulati illegalmente per decenni in questo Paese, smembrato dalla guerra. Così ha dato inizio a una contaminazione dei suoli e dell’acqua che si diffonde inarrestabilmente nelle comunità di pescatori sotto forma di insolite patologie: infezioni delle vie respiratorie, sanguinamenti alla bocca, emorragie addominali, malformazioni fetali, mutazioni genetiche e cancro senza fine. L’allarme scientifico è contenuto nel documentato rapporto ‘After the Tsunami’, stilato dall’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente, datato 22 febbraio 2005 e ripreso in seguito dal ministro dell’Ambiente somalo Mohamed Osman Maye, che da Nairobi, sede del governo in esilio, aveva chiesto invano l’intervento della comunità internazionale. «Rifiuti che oggi risultano sparsi sul territorio rivierasco, erano contenuti in cisterne adagiate sui fondali o appena interrate nella sabbia della battigia, a volte sigillate in maniera del tutto rudimentale, che sono state distrutte dall’urto violentissimo delle onde provocate dallo Tsunami» rileva il Wwf – «La situazione risulta essere oggi ancora più grave, se si considera il fatto che si stanno registrando, in quei territori, insolite patologie facilmente riferibili a gravi fenomeni di inquinamento». L’ecologista Fulco Pratesi non ha dubbi: “L’Unep ufficialmente era a conoscenza sin dai primi anni Novanta del ruolo svolto da ditte italiane in Somalia nei traffici di rifiuti tossici, come aveva confermato l’allarme lanciato nel 1992 dal segretario Mustafà Tolba”. In effetti, come aveva riportato la relazione conclusiva della Commissione bicamerale ‘ecomafie’, si parla esplicitamente delle «navi a perdere, che si ipotizza siano state utilizzate per l’affondamento di rifiuti radioattivi» nel mar Mediterraneo e in particolare a largo delle coste joniche e calabresi o «lungo tratti di mare antistanti … paesi africani come la Somalia, la Sierra Leone e la Guinea». Ed inoltre si esprime: «la più viva preoccupazione per tutta una serie di episodi che meritano immediati approfondimenti e che fanno sospettare anche in presenza di ex uomini di Governo, dell’interesse che alcuni Paesi dell’UE avrebbero per possibili forme di smaltimento illecito di rifiuti pericolosi o radioattivi. Si segnala, in particolare l’esistenza, documentalmente provata, di intense attività di intermediazione poste in essere dai titolari di queste presunte attività di smaltimento in mare di rifiuti radioattivi e la Somalia, paese notoriamente al centro di intensi traffici illegali di ogni tipo». Particolarmente colpite, secondo l’Unep, sono le zone di Obbia e Warsheik, due porti minori a nord di Mogadiscio, rispettivamente a 250 e 100 chilometri dalla capitale. Qui, come in altre zone, le onde dello tsunami hanno sollevato e distrutto i fusti contenenti rifiuti tossici e radioattivi, adagiati sui fondali o interrati nella sabbia della battigia, a volte sigillati in maniera rudimentale, e ha sparso il loro contenuto sul territorio: metalli pesanti, prodotti chimici, reagenti usati negli ospedali, siringhe e materiale radioattivo usato in radiologia e radiografia, che minacciano l’intera costa africana, la salute degli abitanti dei villaggi e le attività di pesca e agricoltura. “L’Unep ha analizzato tutti gli effetti provocati dallo tsunami, ma l’opinione pubblica si è concentrata su quelli più eclatanti avuti nelle zone più conosciute” spiega Michele Candotti, segretario generale del WWF Italia. “Quello dei rifiuti tossici, invece, è passato piuttosto inosservato fino a un lancio della Bbc, che collegava la situazione al commercio dei rifiuti tossici, e alle dichiarazioni del ministro somalo” ribadisce l’esperto di cooperazione internazionale. “Una grave mancanza da parte dell’Italia” secondo Candotti “visto il legame dell’argomento con il fenomeno delle navi a perdere e l’uccisione proprio in Somalia il 20 marzo 1994 di Ilaria Alpi e Miran Hrovain», le ‘navi a perdere’ sono le imbarcazioni cariche di rifiuti tossici che vengono fatte inabissare nella profondità delle acque con il loro carico di rifiuti tossici. Anche l’Italia ne ha approfittato intessendo una nebulosa trama a base di armi, ordigni e rifiuti mortali, come aveva scoperto Ilaria Alpi, coadiuvata dal cameramen Miran Hrovatin. Lo smaltimento illecito dei rifiuti da parte delle aziende di numerosi Paesi europei trova ragioni oltre che ciniche, soprattutto finanziarie: in Europa smaltire una tonnellata di rifiuti costa 1.000 dollari, mentre in Africa solo 8. Un affare vantaggioso che va avanti da decenni, complice anche l’inesistenza del governo locale. Anche l’African Stockpile Programme, che coinvolge numerose istituzioni internazionali e molti Paesi africani nella rimozione di migliaia di tonnellate di pesticidi stoccati da almeno 45 anni senza norme di sicurezza, ha svelato almeno 1.400 siti tossici in Africa dove si trovano sostanze chimiche bandite, come gli inquinanti organici persistenti, i cosiddetti Pops. “La Somalia è una terra di nessuno, non c’è nessuna forma di controllo, per questo gli arrivi di container pieni di rifiuti non sono mai cessati dagli anni ’90”, continua Candotti “Il nostro Paese ha gravi responsabilità nel traffico di rifiuti, come ha accertato anche l’Unep che insieme al Parlamento somalo ha richiesto all’Italia un aiuto per le indagini e le operazioni di bonifica”. Sebbene le analisi dell’Unep debbano ancora accertare la reale estensione delle dispersioni dei rifiuti sulle coste somale, resta evidente la necessità di un intervento e soprattutto un cambiamento nella gestione della questione ambiente. Perché, conclude Candotti, “se la competitività del sistema Italia o Europa passa attraverso il risparmio ottenuto dallo smaltimento illecito di rifiuti o dall’acquisto di risorse a basso costo è inevitabile che ciò diventi un abuso dei diritti ambientali e umani delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo”. . . L’ONU ACCUSA “I fusti interrati provenienti dall’Europa infestano le coste dell’Africa orientale”. Nick Nuttal ex portavoce dell’agenzia Onu per l’ambiente, rilancia una storia somala che l’onda anomala del 26 dicembre 2004 ha riportato alla luce. “Sappiamo che le onde prodotte dallo tsunami hanno distrutto i fusti che contenevano rifiuti tossici e sparso il loro contenuto. Sappiamo anche che questo materiale si è disperso sul territorio. Ma quel che non sappiamo è la vera estensione del problema”. E’ proprio il caso di dirlo: nascosti in fondo al mare o semplicemente interrati nella sabbia della battigia, i fusti di rifiuti tossici nocivi provenienti dall’Europa, alcuni dei quali con contenuto fortemente radioattivo, sono stati sollevati alla marea che ha investito anche parte della zona costiera orientale dell’Africa. Ma nel riemergere, molti di questi contenitori, spesso fusti sigillati in modo rudimentale, si sono aperti e hanno compiuto più rapidamente il loro mortale inquinamento non solo delle falde acquifere ma anche dell’ecosistema marino. La vicenda è nota dal febbraio 2005, quando l’Unep ha rilasciato il primo resoconto sugli effetti dello tsunami, dossier in parte dedicato alla Somalia. Ma la preoccupazione continua a crescere. Sotto accusa dispersioni di sostanze radioattive e chimiche. La guerra iniziata nel 1991 con la caduta di Siad Barre, offriva ottime possibilità per introdurre nel Paese i rifiuti dall’Europa. I Verdi europei entrarono in possesso di contratti siglati a nome di Ali Mahdi Mohamed, signore della capitale, nei quali si citava, ad esempio, di milioni di tonnellate di rifiuti scambiate per 80 milioni di dollari, una cifra che consentiva alle ecomafie un guadagno quasi del 100 per cento. Secondo lo studioso somalo Abdullahi Elmi Mohamed, citato dal ‘Times’, la cifra di 8 dollari per tonnellata significava un risparmio di circa 992 dollari, se il costo per smaltire in Europa questo genere di sostanze si aggira sui mille a tonnellata. Difficile valutare quale fu esattamente l’entità di un commercio clandestino che, unitamente al traffico d’armi tra Stati a base di triangolazioni, ha trovato in Somalia terreno fertile. Non è ottimista lo storico Angelo Del Boca: “Non vedo come nell’attuale Somalia si possano condurre ricerche e accertamenti. Il governo sta a Nairobi e comprende tutti i signori della guerra. La Somalia è un Paese dove non c’è la minima sicurezza e dove nessuno ha interesse che saltino fuori scomode verità, come insegna la vicenda della povera Ilaria Alpi”. A partire dall’Italia: Stati, multinazionali, servizi segreti e mafie tentacolari. Insomma, intrecci di complicità e connivenze perverse del sistema di potere vigente, pur di occultare carichi di rifiuti pericolosi – scorie nucleari e spazzatura chimica – senza controllo. Risultato: la salute di vasti territori minacciata continuamente da un flusso ininterrotto e sotterraneo di veleni mortali, seppelliti nel terzo mondo, Mezzogiorno d’Italia in primis. Suoli agricoli contaminati, falde agricole inquinate, fondali marini compromessi. Notizie di attentati e crimini contro l’umanità che sfiorano i mass media ma annientano i bambini; eppure assai di rado alimentano la cronaca. Sovente il loro destino è la discarica delle redazioni. Infatti, va in onda la disinformazione quotidiana a base di distorsioni ed amnesie di massa, pur di garantire il letargo infinito dell’opinione pubblica che al massimo si inebria di gossip sulla Rete.    VIVE

 

http://www.revolucion2010.altervista.org/blogs/index.php/attualita/gladio-i-scagnozi-dello-stato-per-i-lavori-sporchi

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Un pensiero su “La storia della Gladio trapanese

  1. Gladio è viva, “rosa dei venti gelsomino “, non è morto.
    Mi chiamo Francesco Battaglia ed ho servito la patria negli anni 69-70-71-72-e 73.Sono stato ufficiale dell’esercito corso 66mo “Ferrari Orsi di Caserta”.Il motto è: Patria ed Onore .Onore al grance Giulio Andreotti.

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