I giovani al timone degli stabili? Utopia o possibile realtà?

E se il teatro pubblico si aprisse ai giovani?

Andrea Porcheddu
 

La cosa curiosa, di questa impegnativa estate, è che si mormora di un prossimo “giro di poltrone” nella stabilità teatrale pubblica, dovuta anche ai risultati elettorali e al conseguente spoil system. Però, mentre i giovani si “divertono” – o piuttosto sono costretti – a fare teatro soprattutto fuori dai circuiti ufficiali, a sentire i nomi che circolano per le direzioni dei 17 teatri Stabili pare che, di fatto, nulla cambi sul serio.

Lo scorso anno, a maggio, dopo aver ascoltato una trasmissione su Radio3 dedicata alla gerontofilia italiana, avevo preso carta e penna e fatto un po’ di conti, guardando alla situazione del teatro pubblico italiano. Ne era venuto fuori un quadro sconfortante, che posso però riprendere e ripubblicare: 
nel 2012, quando avevo pubblicato il pezzo, non c’era molto da star sereni, e oggi ancora meno. Posso dunque fare quasi un “copia e incolla” dell’articolo, non per autocitazionismo ma perché niente è cambiato, nonostante le «febbre da rottamazione» che per un po’ ha scosso il Belpaese.

Vale la pena, allora, tornare al tema della “gerontofilia” e riproporlo. Voglio chiarire: i direttori degli Stabili pubblici italiani sono certo tutti giovanissimi per spritito e capacità creativa, per carità. Non si tratta qui di parlare di qualità artistiche. Ma l’età, la questione brutalmente anagrafica, non mente
Basta fare una carrellata, da Sud a Nord, per vedere come le redini dei maggiori teatri siano saldamente in mano ad over 50.
 Abbassano un po’ la media, e li nominiamo subito, Giuseppe Dipasquale (1963) a Catania, Alessandro Gassmann (1965) a Venezia e Alessandro Preziosi (1973) a L’Aquila. 

Poi è tutta una salita.

Luca De Fusco, a Napoli, è del 1957; Gabriele Lavia, a Roma, è del 1942. Paolo Magelli, direttore di Prato, è del 1947 (e prende il posto di Federico Tiezzi, 1951).
 Mario Martone a Torino è del 1959; mentre il maestro Carlo Cecchi (1939), ha diretto lo Teatro Stabile delle Marche, ora commissariato, fino allo scorso anno.

Non si riesce a scoprire, tramite internet, l’età di Franco Ruggieri, da sempre direttore del Teatro Stabile dell’Umbria. Curiosa questa storia dei direttori “a vita”: un caso è Pietro Carriglio, a Palermo, è del 1938: 75 anni, in cattedra da quasi 30 anni. 
Ma c’è anche Pietro Valenti, alla guida dell’Ert di Modena del 1994 (19 anni di direzione) con i suoi 63 anni. Il record assoluto di direzione è però detenuto da Marco Bernardi, allo Stabile di Bolzano: nato nel 1955, è direttore dal 1980, ossia da 33 anni. Neanche un papato dura tanto.

A Genova troviamo Marco Sciaccaluga, classe 1953, mentre a Milano – oltre al padre nobile del teatro italiano, Luca Ronconi, nato nel 1933 – abbiamo Sergio Escobar che è del 1950.
 A Brescia, dal 1996 al 2010 è stato direttore Cesare Lievi (del 1952, poi a Udine) che ha passato la mano a Franco Branciaroli (consulente artistico, del 1947) e Angelo Pastore, 57 anni portati benissimo.
A Trieste, Antonio Calenda, nato a Salerno nel 1939, è alla guida dello stabile dal 1995: 18 anni di direzione.

Dal 2012, dunque, poco e nulla è cambiato. Ora si sente parlare del giro di poltrone: sembra che Carriglio voglia lasciare; sembra che Bernardi lasci nel 2015; sembra che Calenda sia in scandeza; sembra che Lavia verrà sostituito a Roma, più per politica che per altro. Sembra: per far posto a chi?
Ovviamente il dato anagrafico conta poco e nulla: ci sono nonni giovanissimi e giovani vecchissimi.

Ma pensate che felice terremoto sarebbe, che bel brivido, se qui grandi teatri (pubblici, ricordiamolo), venissero dati a trentaquarantenni? Non c’è bisogno di far nomi, possiamo immaginarceli tutti. E pensate poi che bello se ci fosse anche qualche donna! Una regista, un’attrice! Avete fatto caso: nell’elenco dei direttori figurano solo nomi di uomini. E se poi non ci fossero massoni, tesserati, raccomandati, ma solo bravi e appassionati? Grideremmo al miracolo, porteremmo ceri (laici) a festeggiare tutti i santi di tutte le parrocchie. E guarderemmo con rinnovata fiducia alla cultura italiana.
Chi sa, magari questa nuova generazione franerebbe dopo poco – è un rischio possibile di fronte a tanti e tali apparati cui non hanno mai avuto accesso. Ma invece, forse, c’è da sperare che una ondata di nuovi pensieri, di energie diverse, di prospettive altre possa rinfrescare non solo la facciata, ma la sostanza, la missione, l’estetica e l’etica di quelle strutture. Quel modello là di teatro, quei teatroni stabiloni, sono stati inventati da Strehler e Grassi, che non avevano nemmeno trent’anni quando fondarono il Piccolo. Era il 1947: allora c’era bisogno di ridare fiducia, speranza, spessore a un Paese devastato. Proprio come oggi.

 

http://www.linkiesta.it/blogs/l-onesto-jago/e-se-il-teatro-pubblico-si-aprisse-ai-giovani

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