I desaparecidos

 

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di PIERLUIGI SULLO

Vorrei scrivere di un argomento inattuale. Apparentemente inattuale. I desaparecidos, le 30 mila vittime della dittatura militare in Argentina, tra il 1978 e il 1983. Difatti è curioso come uno creda di sapere le cose, e poi scopra che non è così. A Marina, la giovane donna che ci accompagnava nella visita alla Esma, la Escuela superior de mecanica de la Armada, uno dei principali centri di detenzione e tortura dei sequestrati e oggi diventata un ben organizzato centro della memoria, che chiedeva “cosa sapete di questa vicenda?”, d’impulso, per la doppia vanità di far vedere quanto bene so il castigliano e di mostrare che sono un intellettuale di sinistra, o almeno uno di lungo corso, ho risposto “casi todo”, quasi tutto., E lei ha inarcato le sopracciglia, replicando “casi todo?”.

Quel punto interrogativo ha cominciato a sciogliersi quando siamo saliti fino al sottotetto di uno dei tanti edifici della Esma, che era la foresteria per gli ufficiali. Lo spazio è ora quasi vuoto, a parte le travi che reggono il tetto: i militari hanno avuto molti anni per cancellare le tracce, e vari rimaneggiamenti li avevano già fatti quando una commissione per i diritti umani della Osa, l’Organizzazione degli stati americani, aveva fatto un sopralluogo nel ’79: i testimoni parlavano di un ascensore? Scomparso l’ascensore. Descrivevano la sequenza di stanze nel seminterrato adibito alle torture? Sparite le stanze. Una scala che conduceva dal sottotetto al seminterrato? Scala murata. Nonostante questo, i muri parlano. Vi spiegano che lì paratie di legno alte poche decine di centimetri e larghe come una bara separavano l’uno dall’altro i sequestrati, incappucciati (l’area era nel gergo dei militari “la capucha”), le mani legate dietro la schiena, sdraiati a faccia in su e con l’ordine di tacere. Come una stia per polli. E questa stanzetta minuscola, meno di una cella, era la prigione per le sequestrate incinte, in attesa che partorissero. Cinquecento bambini rubati, solo ottanta ritrovati, nonostante la banca del Dna istituita dalle Madri di Plaza de Mayo (leggete “I vent’anni di Luz” di Elsa Osorio, per farvi un’idea di cosa ha significato per molti scoprire di non essere figli di quei genitori).

E così il seminterrato. Come toccate i muri vi sembra di sentire le urla dei torturati. Chi ha letto “il ritorno di Vladimir Ilic” di Rolo Dies l’ha immaginato, e chi ha visto “Garage Olimpo” o “Complici del silenzio”, due dei tanti film sulla questione, ha anche visto. Ma il muro rugoso manda un segnale molto più potente. E se guardate la scala che porta nel cortile e vi dicono che da lì, dopo aver fatto loro una iniezione di sedativo, i sequestrati venivano portati verso i camion che li avrebbero condotti a una fossa comune o a un aereo che li avrebbe gettati, vivi, in mare, allora le ombre si fanno materiali, potete guardare le facce dei vostri coetanei – allora – sofferenti e spente allo stesso tempo, persone che barcollano tra due militari che li trascinano via quasi di peso.

Ma mi sono cheisto: si tratta solo di questo? Del fatto che toccare con mano, letteralmente, colpisce molto più che leggere un libro e vedere un film? Come accade ad Auschwitz, ad esempio? Non è solo questo, mi dico, dopo aver ascoltato il racconto di Rosalia, psicanalista di Buenos Aires gentile e sorridente. Di colpo, mentre conversiamo a tavola, dice: non l’ho mai raccontato, perché mi pareva una cosa minuscola a confronto con quel che è accaduto agli altri, ma anche io sono stata sequestrata. Irrompono in casa, mi mettono in testa il cappuccio e mi trascinano a un’auto, brancolando tocco il bavero del militare che mi stringe un braccio e sento che c’è una piccola croce. In quel periodo, l’unico della mia vita, ero diventata cattolica, così comincio a parlare di Dio, della religione. Arriviamo in un posto, scendo delle scale e mi interrogano per un po’. Qualche ora dopo mi rilasciano, non so perché. Né so dove ero stata rinchiusa. Finche vado all’inaugurazione del nuovo Espacio para la memoria abierta (la cui sigla fa Esma), il nuovo museo degli orrori della dittatura, e di colpo di sento male, quasi svengo. Avevo riconosciuto i rumori, lì passa una linea aerea, fuori c’è una grande strada, al lato una scuola: mi avevano portato lì.

Carlos, che lavora con le fabbriche recuperate, racconta una storia parallela: una sua sua amica va anche lei alla inaugurazione e anche lei si sente male, anzi peggio, sviene. Era stata sequestrata insieme a sua sorella. Lei è sopravvissuta, la sorella è scomparsa. Ma lei aveva rimosso tutto, spazzato via dalla coscienza. Finche non sente quei rumori attorno alla Esma. Carlos, che è un omone simpatico, fa una strana faccia. Anche io sono stato sequestrato, dice, ma prima della dittatura, dalla “Triple A”, i gruppi paramilitari che, durante il governo di Isabelita Peròn, prepararono il terreno alla dittatura. Mi tennero quindici giorni, poi fui rilasciato, non so perché. Allora sei fuggito all’estero, dico. Carlos si stringe nelle spalle: no, dice, sono rimasto qui, clandestino, per tutti gli anni della dittatura. Lui militava in un partito trotskista e detestava i guerriglieri, e faceva lavoro politico nelle periferie, lo stesso che fa ancora oggi.

E’ Carlos ad accompagnarci al Parque de la memoria, in riva al Rio de la Plata. Tre lunghissimi muri elencano i nomi degli ottomila desaparecidos di cui si sa per certo, o i cui corpi sono stati ritrovati. Lui, mentre camminiamo, indica un nome e dice “era un mio compagno di scuola”, oppure “era una dirigente del mio partito”. I nomi di evidente origine italiana sono moltissimi, forse un terzo, o più. E le età della maggior parte oscillano tra i 17 e i 27 anni. Così, finalmente, capisco che non si tratta solo di tener viva la memoria. Nei documenti ufficiali dell’epoca di Isabelita veniva citata la parola “exterminio”. Di questo si è trattato, dello sterminio di una generazione di ragazzi, studenti, giovani lavoratori come quelli della Gillette, che si trovava di fronte alla Esma e quando venivano sequestrati dovevano fare ben poca strada per arrivare alle stie per polli del sottotetto e ai tavoli della tortura nel seminterrato. C’è un buco, nella storia argentina, ed è popolato dalle ombre di quei ragazzi.

Loro, Carlos, Rosalia e altri dicono: siamo l’unico paese al mondo in cui si stia riuscendo a fare i conti con lo sterminio. E’ vero, dopo le leggi sull’”obbedienza dovuta”, che assolvevano tutti i militari tranne i capi supremi della giunta, leggi poi abolite, non c’è giorno in cui non si apra un processo a un miltare, ed anzi proprio in questi giorni si comincia a svelare l’altra faccia della dittatura, quella civile. Tutti, infatti, parlano di una “dictadura civico-militar”. I militari non erano soli, a organizzare il massacro. In una certa provincia argentina, da sempre, una sola famiglia possiede tutto, la terra, quel che vi si coltiva, le fabbriche di trasformazione dei prodotti agricoli e la centrale elettrica. E il potere politico, la presidenza della provincia e per un certo periodo il ministero dell’economia della giunta militare. Ora il capo di questa famiglia è stato arrestato. Fu durante la dittatura che accadde una vicenda nota come “la noche del apagòn”, la notte del black out. Di colpo andò via la corrente, e militari a bordo di auto fornite dall’azienda della grande famiglia andarono a sequestrare, per poi uccidere, il sindaco democratico di una città della provincia.

E questa serie infinita di processi, di rivelazioni, di scoperte di fosse comuni e di figli di desparecidos è una eco costante dalla vita politica, e democratica, del paese. Un argentino che è stato a lungo in Italia, in quegli anni, dice: i desaparecidos sono, in un certo senso, l’equivalente di quel che i partigiani, quelli della Resistenza, sono per voi, il fondamento etico della democrazia, della vita civile. Non so se è così. Ma tendo a pensarlo, quando Tevez, giocatore argentino della Juventus, segna un gol e alza la maglietta per mostrare il nome di una “villa”, un favela di quelle in cui lui è cresciuto, e in una di questa occasioni il nome è “Ciudad oculta”, la città nascosta, che è il modo in cui è noto un certo quartiere talmente povero che i militari, quando nel 1978 si giocò in Argentina la Coppa del mondo di calcio, nascosero agli occhi della stampa straniera facendo erigere un alto muro. Le memoria, e il suo senso, colano come l’acqua per vie inaspettate.

Ma una domanda è rimasta in sospeso, forse la più terribile, a cui nemmeno i sequestrati che si sono salvati sanno dare una risposta, nemmeno la psicanalista Rosalia. E la domanda è questa: se i militari compivano i sequestri in modo visibile per terrorizzare la gente (e infatti molti non denunciarono nemmeno il rapimento di un figlio, per paura), ma poi facevano tutto in segreto, impedendo ai sequestrati di vedere dove si trovavano, imprigionandoli in luoghi apparentemente adibiti ad usi normali (e ci sono sequestrati che hanno raccontato di aver visto, al di sotto del cappuccio, le scarpe lucide di un ufficiale che, ospitato nella foresteria, aspettava che il prigioniero fosse portato giù per le scale), e ne portavano via i corpi semicocoscienti e li seppellivano o li gettavano in mare perché non fossero mai ritrovati (e dopo che il Rio de la Plata riportò a riva i primi ad essere gettati da un aereo, la marina studiò le correnti in modo che l’incidente non si ripetesse), insomma coprivano tutto con un silenzio opaco che dura ancora oggi, visto che i militari continuano a non parlare, perché le torture erano tanto sadiche? Per ottenere le informazioni bastava molto meno, e nessuno sarebbe venuto a sapere che cosa davvero accadeva nelle stanze del seminterrato della Esma, almeno così speravano i militari. Allora, perché?

La vicenda dei desaparecidos è un macigno nella storia di tutti noi, specie dei coetanei dei ragazzi di allora, e naturalmente per chi vive in Argentina e vuole che resti quel che oggi è, un paese democratico, vivo, che discute di sé in modo aperto, va a vedere a teatro gli atti unici che furono rappresentati nel 1981 (e il teatro venne incendiato due giorni dopo), frequentano le centinaia di librerie che un occhio italiano guarda con sorpresa e invidia, un paese il cui cinema fiorisce di piccoli capolavori. Ma sono un macigno perché sono l’indizio di qualcosa di ignoto: il fatto che il potere arbitrario e assoluto di un essere umano sopra un altro essere umano non conosce freni né rimorsi.

http://www.democraziakmzero.org/2013/11/05/i-desaparecidos/

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