I Fascisti della porta accanto (Reportage de L’Espresso)

I fascisti della porta accanto

Sport, famiglia, amici, militanza. La vita quotidiana dell’estrema destra italiana raccontata in un reportage esclusivo da un fotografo che per cinque anni ha osservato la dimensione privata di un universo composto da infinite sfumature di nero

di Gianluca Di Feo – Foto di Paolo Marchetti

 
 
       
 
 
       
   
 
 
I fascisti della porta accanto
Fascisti della porta accanto. Quelli che incontrate in ascensore o che siedono vicino a voi nella metropolitana, senza nulla che testimoni le loro idee: al massimo le si possono decifrare nel codice dei dettagli, dal modo di tagliare le basette alla minuscola spilletta tricolore al bavero. O, agli antipodi, gli skins che fanno del loro look un’identità, un manifesto di diversità ostentata con orgoglio nei capelli rasati e nei tatuaggi. Li vediamo nelle marce, compatti in atteggiamento marziale e saluto romano. Ne conosciamo gli slogan nostalgici o populisti, tracciati con lo spray sui muri delle metropoli.

È il loro volto ufficiale, spesso costruito per esibire forza: una posa teatrale, minacciosa. Invece in queste foto c’è qualcosa che in Italia non s’era mai visto, o forse nemmeno immaginato: la vita quotidiana di chi crede nella destra più estrema. Feste, famiglie, concerti, amicizia, sport: un mondo a parte, difeso con l’ostinazione di chi si sente sempre sotto attacco.

Il fotografo Paolo Marchetti per cinque anni è stato ammesso in questo campo trincerato, fissando la dimensione privata di un universo composto da infinite sfumature di nero, ogni formazione diversa dall’altra e quasi sempre l’una contro l’altra. Negli scatti però le differenze si annullano per ritrarre uno spazio comune, la crosta di una routine che copre giacimenti inesplorati di rabbia.

Il progetto – premiato a livello internazionale pure dall’autorevole Getty Images – non ha nulla di revisionista o buonista: Marchetti con un intento genuinamente antropologico si è mosso proprio alla ricerca delle origini della rabbia. Nella militanza neofascista ha cercato la dimensione politica di questo sentimento, tuffandosi per venire «investito emotivamente dall’esperienza diretta».

Nelle foto la giusta distanza del reporter talvolta si trasforma in qualcosa di più profondo: il racconto diventa respiro, si immerge nel nero. Come un contagio, che viene da dentro, come la febbre, da cui il titolo di “Fever” scelto per questo viaggio nel risveglio del fascismo. «È qualcosa di innato, lo senti crescere e capisci che non puoi rimanere a guardare mentre vedi qualcosa che non ti va», spiega Fulvio, uno dei leader degli Spqr Skinheads. «Il complimento più grande ce lo hanno fatto alcuni reduci della Repubblica Sociale: “Ai nostri tempi non potevi non schierarti, dovevi essere da una parte o dall’altra. Era facile perché eri obbligato a scegliere. Ma oggi a voi, chi ve lo fa fare?”».

E-motion del reportage ‘Fever’ di Paolo Marchetti sulla vita quotidiana dell’estrema destra
   
   
   
   

Alcuni esponenti dei gruppi ritratti nelle foto hanno accettato di parlare con “l’Espresso”, pur consapevoli della lontananza tra la storia di questo giornale e le loro idee politiche. C’è chi poi ha deciso di non autorizzarci a riportare le frasi, chi invece si è dimostrato più aperto al confronto. Come Fulvio, il veterano degli skinheads romani: «Nei primi anni Novanta ci vedevano tutti come degli ignoranti, degli ubriaconi. Abbiamo dovuto abbattere molti pregiudizi per farci accettare a destra. È stato un periodo di vere tensioni, nulla a che vedere con i giorni d’oggi. Ma per noi essere skin è la cornice, un modo di vivere che però non è l’elemento fondamentale: quello che conta è l’ideale politico. Ci sono fratelli che non sono skin; altri invece che hanno lo stesso stile ma non condividono le idee».

Nella quotidianità come nei discorsi, il termine “camerata” è stato sostituito da “fratello”: relazioni meno formali, in cui più della camicia nera o delle effigie nostalgiche pesano le esperienze condivise. Nelle loro frasi si incontra più facilmente il lessico dei legionari de “Il Gladiatore” o degli spartani di “300” che non l’eco dei proclami del Ventennio. Le altre parole chiave però non sorprendono. C’è «l’amore per le proprie radici e per il proprio popolo».

Una visione storica che si incentra su tre pilastri fondamentali: soprattutto Roma Caput Mundi, ma anche il medioevo di Carlo Magno e di Federico II. In modo paradossale, più radicale è la militanza più l’orizzonte viene allargato all’Europa «dove tanti popoli si sono condizionati a vicenda» o talvolta persino all’Asia dei grandi imperi. Uno dei tanti caratteri distintivi è il rapporto con la religione. In Forza Nuova la tradizione cristiana più rigorosa è molto sentita e quindi anche i momenti conviviali intrecciano messe, battesimi e matrimoni. Ma gli altri non sembrano dare molto peso alle questioni di fede.

Persino nel rapporto con la figura di Mussolini i movimenti vanno in ordine sparso: ognuno seleziona il suo pezzo di storia del Duce, lo filtra e cerca di riposizionarlo nel contesto attuale. Un’operazione di “taglia e incolla”, condotta con maggiore accortezza politica dai gruppi che hanno ambizioni elettorali, i più attenti a fare slalom intorno a temi tabù come l’Olocausto, le leggi razziali, la guerra al fianco di Hitler, sempre condannati.

Sintetizza Fulvio: «Preferisco la fase della Repubblica Sociale, mi piace anche il nome. Non ho culto della guerra civile, ma detesto chi allora si è imboscato. Il fascismo è una fonte d’ispirazione: come la romanità ha ispirato il fascismo, oggi il fascismo ispira noi. Ma sappiamo che non potrebbe tornare, che va adattato al presente». Il campo di battaglia del presente è «il sociale». Da Casa Pound a Forza Nuova fino agli Spqr Skins, la destra più estrema scende nelle strade di periferie che i partiti di palazzo hanno abbandonato. Si mostra attiva contro l’impoverimento della crisi. Distribuisce abiti ai disoccupati, cibo agli anziani, libri agli studenti. E occupa stabili vuoti, appropriandosi sempre più della protesta per la casa che era stata una bandiera della sinistra extraparlamentare. Questo è l’unico settore dove i neofascisti riescono a unire gli sforzi. Gli Skins Spqr, ad esempio, mandano avanti una scuola abbandonata, che hanno preso assieme a Casa Pound. «È un edificio di cinque piani, ora ci abitano 15-16 famiglie che non potevano pagare affitti. Non c’era acqua, né elettricità: abbiamo dovuto mettere tutto a posto». Nel gruppo sono in pochi: «Siamo una cinquantina. Io ho 34 anni e sono uno dei più vecchi: mi sto laureando in odontoiatria, in ritardo perché mi sono iscritto a 27 anni. Ci sono operai e studenti di architettura, avvocati e meccanici. E tanti ragazzi, pure un quattordicenne. Prima di lasciarlo venire da noi, i genitori ci hanno voluto conoscere: vedono che i figli cambiano, non li assecondano ma nemmeno li ostacolano».

L’età media si alza in Forza Nuova, dove comunque la leva giovanile è consistente, anche se è soprattutto Casa Pound a raccogliere discepoli nei licei e negli atenei. I loro valori? La famiglia, come si vede nelle foto. Con i bambini che crescono tra i simboli della militanza. «Ma il vero valore sono la fratellanza e la lealtà. Io sono così e te lo dimostro con le mie azioni e la mia vita. Niente ipocrisia, nessuna meschinità. Parlo anche nel rispetto dei miei nemici o meglio dei miei avversari: non temo chi mi vuole combattere, ma noi non cerchiamo avversari, pensiamo a sopravvivere». Il clima di assedio si percepisce in tutta la galassia nera, un’indelebile paura del tradimento, come se tutto scorresse nel timore perenne di un 25 luglio. Ma solo il leader degli Spqr Skinheads la esplicita: «Puntiamo alla sopravvivenza del nostro gruppo. Per noi la violenza non è un tabù. La apprezziamo nello sport, come cultura del confronto nel pugilato o nelle arti marziali. Non siamo dei matti che vanno in giro a picchiare, ma se veniamo attaccati non porgiamo l’altra guancia… Noi fascisti abbiamo imparato a difenderci perché siamo da sempre un bersaglio, gli anni Settanta non si dimenticano». E subito precisa: «Difesa fisica e legale».

Eppure è difficile dare un volto ai nemici. Nei discorsi ogni gruppo rimarca le distanze dagli altri neri. Gli scontri con quelli di sinistra sono presentati come sporadici, scaramucce per marcare il territorio. «Le più dure sono le compagne. I ragazzi se possono evitano il confronto; loro no, non mollano anzi semmai attaccano». Nelle falangi legionarie le donne spesso restano volontariamente in secondo piano. O accettano un ruolo di madri e angeli del focolare. Poi nei raduni domenicali, alcuni maschi si schierano intorno al televisore per la partita di calcio. Ma come, gli skin non vanno in curva? «No, finiremmo per litigare tra romanisti e laziali. E si rischierebbe lo scontro con altri gruppi della stessa tifoseria. Meglio lasciar stare».

21 aprile 2014

 

 

 

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/04/18/news/i-fascisti-della-porta-accanto-1.162059?ref=HRBZ-1#gallery-slider=1-162039

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